domenica 18 luglio 2010

m.


C’è un’apparente contraddizione.

Le voci mediatiche che ci circondano insistono perché ognuno di noi preservi la sua individualità, si emancipi dal conformismo per mettere in luce il suo vero io, costruisca un carattere indipendente (gli eroi dei racconti sono sempre dei solitari che il mondo non capisce)… eppure nel 2008 (non si sa bene dove, non si sa bene quando) si è verificato un evento che indica la necessità della vita di gruppo all’interno della comunità umana: il numero degli individui che vivono in città ha superato quello di coloro che abitano in ambiente rurale.

Mentre gli uomini veri si allontanano a cavallo nel rosso di un tramonto, folle di poveri e immigrati si addensano negli interstizi dimenticati delle città per nutrirsi degli scarti della società del benessere.

Le città contemporanee, anche nei casi migliori, garantiscono una qualità della vita tecnicamente inferiore rispetto alla campagna, ma poter vivere in un luogo affollato, all’interno di una collettività, offre una serie innumerevole di vantaggi: principalmente l’accesso più probabile ad un’occupazione redditizia, alle infrastrutture primarie (acque, luce, gas), ma anche un maggiore senso di sicurezza (dalle intemperie, dai “predoni”) e, non ultima, la possibilità di uno stimolante confronto culturale.

Questa è, bene o male, la percezione che abbiamo noi.

Accanto a questo c’è quello che non riusciamo a vedere; quello che vediamo e non riusciamo a capire: ci sono gli slum, le bidonville, le baraccopoli. Le Nazioni Unite definiscono gli slum come aree urbane sovraffollate, strutture abitative scadenti, accesso inadeguato all’acqua e ai servizi igienici, scarsa sicurezza di possesso.

In nessuna città europea il fenomeno è così evidente da rendere chiara la questione. Ma esistono nazioni in cui la percentuale di poveri assoluti (il cui reddito è inferiore a 1 dollaro al giorno) è superiore all’80% della popolazione urbana, con una punta in Etiopia del 99,4%.

Di questo habitat che riguarda più di un quarto della popolazione mondiale urbana, si occupa un libro finito di stampare nel febbraio di quest’anno: “Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà estrema” Lo ha scritto Alberto Salza, antropologo, che vi raccoglie con lucida ironia le esperienze di una vita passata nelle regioni più povere della terra a studiare le strategie di sopravvivenza.

I titoli dei capitoli sono un’eloquente check list: “niente cibo”, “niente acqua”, “niente casa”, “niente sicurezza”, “niente diritti”, …

L’unico capitolo dal titolo diverso è “no toilet”. Vi si spiega che poco meno di tre miliardi di individui vive (e molto spesso si ammala) utilizzando acqua contaminata per l’inadeguato smaltimento delle feci. Negli affollatissimi slum delle megalopoli del mondo da oltre 10 milioni di abitanti non esistono infrastrutture (fogne e acquedotti), e una soluzione ai bisogni corporali che preservi la dignità degli individui è molto difficile: si ottiene, o utilizzando i cosiddeti scud (la si fa in un sacchetto di plastica che poi viene lanciato come un missile terra–terra), o con lunghe camminate e code: viene fatto l’esempio di una baraccopoli di Nairobi dove 30.000 persone si dividono 2 gabinetti pagando l’equivalente di 5 centesimi per l’utilizzo (avete visto il film premio oscar The millionaire?).

Ma qui si fa cultura a 360°, quindi cito un luminare in materia. Luciana Littizzetto, nel suo ultimo libro commenta una notizia sulla questione: “Si è concluso in India il settimo consiglio di Gabinetto World Toilet Summit.

questo organismo mondiale ha proposto ‘sto prestigiosissimo water che trasforma la cacca e la pipì rispettivamente in gas e fertilizzanti.

questo è il vero riscaldamento autonomo, capisci? Usi il gas che produci tu per scaldare la tua casa! Certo d’inverno bisognerà mangiare tanta verdura e cereali se no si resta al freddo…

Non pensate però che il problema di smaltire gli escrementi sia un problema dei soli paesi del terzo mondo. Nonostante il senatore Schwarzenegger voglia trasformare la California nel primo stato a emissioni zero, qui si trovano due dei tre luoghi più inquinati degli Stati Uniti: uno è Los Angeles, l’altro è una verde vallata qualche centinaio di chilometri più a nord che ospita 2 milioni e mezzo di vacche. Qui un bimbo su sei, pur abitando in mezzo alla natura, è afflitto da asma a causa dell’ozono e del metano che derivano dai gas intestinali e dalle deiezioni degli animali degli allevamenti. Si stanno studiando diete apposite per ridurre il fenomeno.

Ebbene sì. C’è veramente grossa crisi.

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