Visualizzazione post con etichetta nella nebbia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nella nebbia. Mostra tutti i post

giovedì 3 novembre 2011

logica logistica


Home is where i want to be
Pick me up and turn me round
I feel numb - burn with a weak heart
(so I) guess I must be having fun

Talking Heads, This must be the place


Quanta gente, persone a mucchi, folla, moltitudini e tutti che vogliono viaggiare in prima (come dice uno che conosco). E' un continuo spintonarci, azzuffarci, arraffare perché non si sa se più tardi resterà qualcosa. Eppure non ce ne vogliamo andare dall'ombelico del mondo civilizzato anche perché sappiamo che questo è, nonostante tutto, il modo migliore di garantire la sopravvivenza della specie.
Bisognerebbe però fare in modo che chi si è scelto il lavoro di amministratore avesse la propensione (e, va da sé, la capacità) ad organizzare questa moltitudine: ora che i gruppi famigliari sono molto più spezzettati e l'associazionismo è in via di estinzione diventa ancora più importante che i governi locali possano coordinare l'uso dello spazio e del tempo in modo da evitare che chi è ingordo di interesse privato non abbia la possibilità di perpetuare il bailamme in cui ci troviamo.
La logistica è l'attività che si dovrebbe occupare di razionalizzare, usando la logica appunto, il flusso delle merci dal produttore al consumatore. Si fa un gran parlare da qualche anno del consumo di merci prodotte a kilometro zero e che quindi ha una necessità minima di trasporto. Certo quella è la soluzione auspicabile e all'interno di questa rubrica si è già parlato di sistemi evoluti come i GAS, il riciclaggio o l'autoproduzione. Ma per certi prodotti e per le città più grandi questi sistemi non sono risolutivi ed il furgoncino più o meno sgangherato che si intrufola anche nelle vie più strette per consegnare la mozzarella di bufala “fresca fresca” è ancora la soluzione dominante.
Quando però si lascia che siano solamente i soggetti privati (facciamo l'esempio più impattante: le catene di supermercati) ad organizzare l'intero percorso, ognuno per sua iniziativa, avremo come conseguenza una moltitudine di logistiche che nelle aree più dense di abitanti si sovrapporranno fino alla saturazione e alla produzione di un'ondata di illogicità.
Se però si inizia a parlare di logistica urbana, si può avere come orizzonte l'interesse di tutti i cittadini e si può quindi iniziare a ragionare.
Più la città è grande più si può immaginare che l'organizzazione possa essere complessa ma, da pochi mesi, ha intrapreso un riassetto di questo tipo una comunità come Parigi, quindi possiamo sperare che non si tratti di un'avventura impossibile.
Ad esempio in Italia la città di Padova è all'avanguardia da questo punto di vista, con una piattaforma di raccolta dalla quale le merci ripartono per la consegna all'interno della città - il cosiddetto ultimo miglio - utilizzando pochi mezzi piccoli, con motori elettrici o poco inquinanti, che riescono a servire una moltitudine di punti di vendita di differenti dimensioni. Anche la regione Emilia Romagna ha imposto per i capoluoghi delle piattaforme di smistamento merci costruite dai Comuni e poi date in gestione a privati.
Nel caso di Parigi, una società controllata dalle Ferrovie nazionali, prevede di ottimizzare la distribuzione di “pacchi” di piccole dimensioni, e fino a 200 kg, in tutti i quartieri centrali in modo da ridurre già dal prossimo anno il traffico di automezzi del 18%, per arrivare ad un obiettivo finale di riduzione delle emissioni inquinanti dell'85% (!!) nel 2015.

E non si pensi che l'impatto sull'ambiente nello spostare qualcosa da un punto ad un altro si riduca solo alle merci fisiche! Se è vero che la società contemporanea è fondata sulle informazioni anche lo scambio di dati sul web ha il suo costo ambientale.
Periodicamente appaiono notizie allarmistiche sull'impatto ambientale delle reti informatiche; l'ultima che mi è capitato di vedere recitava: ”otto mail inquinano come auto che percorre 1 km”. Si trattava del resoconto di uno studio francese (ancora loro!) arrivato a desumere che il consumo di energia di ogni mail di un megabyte produce 19 grammi di anidride carbonica (CO2)...
Non vorrei sembrare disfattista ma il confronto con la produzione giornaliera di CO2 di una normale coppia di polmoni umani che è di circa 1,15 kg (equivalente perciò a 57.5 mail da 1Mb) riesce a tenermi tranquillo.... anche se ho avuto la forte tentazione di iscrivermi al gruppo di facebook intitolato: “Riduci le emissioni di CO2: non respirare!”...
Resta il fatto però che i comportamenti virtuosi sono auspicabili anche nelle piccole cose, che moltiplicate per milioni di individui diventano grandi cose. E allora sarebbe meglio evitare di spedire via mail tutte le foto delle vacanze ad alta definizione a tutti gli amici perché, in questo caso il consumo è quello di un tir smarmittato che viaggia controvento. Anche perché esistono siti di condivisione gratuita dove possiamo lasciarle fino alla fine dei giorni e dove gli amici possono andare a vederle o a scaricarle in ogni momento.

Il panorama non sarebbe però completo se non si concludesse con una merce che in Italia è la causa di buona parte dell'inquinamento urbano e per la quale non c'è logistica che regga: i figli.
L'ordine di grandezza del caos urbano subisce una svolta cosmica all'apertura delle scuole e l'isteria collettiva raggiunge livelli impensabili in tempi di pace. L'alibi più intoccabile di questa epoca senza valori - l'amore per i proprii figli - autorizza i genitori/tassisti ad ogni nefandezza e la legge della giungla vige ad ogni angolo di strada. Dalla scuola al parco alla piscina alla palestra alla discoteca e ritorno il flusso di veicoli è incessante e non è immaginabile alcun tipo di ottimizzazione (anche perché quelli in automobile sono fra i pochi momenti di possibile confronto generazionale...).
Forse sembrerà eretico portare ad esempio il sistema educativo anglosassone proprio qui in Italia dove è stata cullata la cultura Occidentale, ma il modello delle high school, (dove si studia, si mangia, si fa sport e musica) e quello dei campus universitari (dove inoltre viene messo a disposizione un alloggio collettivo) ha degli indubbi vantaggi, oltre che logistici, anche dal punto di vista della maturazione sociale degli studenti e soprattutto libera le famiglie da una sudditanza insensata.
Ovviamente questo accentramento è possibile dove gli insegnanti vengono selezionati secondo i loro meriti e non in una Nazione dove un quotidiano è costretto a scrivere una lettera aperta al Presidente della Repubblica per fare in modo di non essere più L'UNICO STATO AL MONDO in cui la musica non viene insegnata nelle scuole.....

Un altro che conosco dice che il nostro problema più grande è il traffico... bah.


giovedì 6 ottobre 2011

territorial pissing


When I was an alien
Cultures weren't opinions
Gotta find a way, find a way, when I'm there
Gotta find a way, a better way, I'd better wait

Nirvana, territorial pissing

montaggio di sedia n°1
In questi giorni alla radio si sente ripetutamente la reclame di un'automobile dal costo osceno che recita: IL FUTURO APPARTIENE A CHI HA IL CORAGGIO DI ESSERE DIFFERENTE. La frase appare fin da subito gravida di risvolti contraddittori: decisamente inquietanti se li immaginiamo collegati alla diffusione della suddetta automobile, ma, al contrario, pieni di buone prospettive se li pensiamo applicati alle abitudini sociali che ci appartengono da ormai troppo tempo.
E' curioso ricordare che fino agli anni '80 la pubblicità ha promosso il conformismo (se non compri sei fuori dal gruppo) poi, poco alla volta, è diventato più efficace promuovere la necessità di un'identità individuale (se non compri sei nel gruppo). Oggi tutti quanti vorrebbero identificarsi con l'eroe solitario che si distingue dalla folla.
Questa convinzione è ormai consolidata e guardandoci intorno, o anche solo guardandoci allo specchio, constatiamo che molto spesso i nostri gesti, acquisti e pensieri sono meditati contro il mondo che ci circonda o almeno per differenziarci e distinguerci da esso.
Inorridiamo se incrociamo un'automobile uguale alla nostra; facciamo carte false per differenziare la nostra casa da quella del vicino e scappiamo se ad una festa c'è qualcuno vestito come noi (questo di più le ragazze...).
Questa polverizzazione di ideali e di sogni inizia a diventare un problema quando tutti questi individui, che lavorano duramente ogni giorno per costruirsi un armatura luccicante diversa da ogni altra, devono fare qualcosa insieme: come minimo non ci sono più abituati.

timor
Per provare a capire come l'universo degli oggetti che ci circondano non sia necessariamente una riserva di mattoni per costruire un muro che ci separa dal mondo (va bene ... questa non l'ho proprio inventata io..) ma piuttosto un grande libro che racconta la storia di un'epoca, della sua cultura, dei suoi legami con il passato e dei suoi propositi per il futuro, è da poco in libreria l'irragionevole (irriducibile?) autobiografia del più controverso e polemico dei grandi designer italiani.
25 modi di piantare un chiodo racconta, in ordine approssimativamente cronologico, la vita e gli ideali di Enzo Mari, novarese di nascita e milanese di crescita, che nel suo caso si fondono in qualcosa di simile ad una missione nel tentativo di rendere questo mondo migliore.
Il libro raccoglie in 16 capitoli, che costituiscono altrettanti fasi di una sofferta presa di coscienza, il combattimento intrapreso da Mari contro l'ignoranza e la volgarità, e la precoce scelta del ruolo che più di tutti gli avrebbe permesso di nutrire i suoi pensieri: quello dell'artista che con le sue opere ed il suo faticoso lavoro indaga gli istinti e la cultura degli uomini per realizzare opere capaci di dare un senso alla vita quotidiana.
L'elenco degli oggetti progettati da Mari, che magari abbiamo sulla nostra scrivania come il calendario timor, o in cui dormiamo come il letto tappeto volante, testimonia della sua onestà intellettuale: l'assenza di uno stile riconoscibile dimostra come non ci sia mai stata la tentazione di nascondersi dietro il successo. La lunga serie di aneddoti del libro è lì a dimostrare l'inevitabile ripartenza che ogni progetto ha reso necessaria.
Nel racconto viene fuori tutto il suo carattere polemico e burbero che però può illuminarsi ed entusiasmarsi nella collaborazione in vista del progetto: sia con i suoi colleghi, che insieme a lui hanno inventato il design, sia con gli operai delle ditte per cui progetta, che interroga continuamente per capire le tecniche di lavorazione più appropriate, sia con gli studenti, per i quali elabora tecniche di addestramento poco convenzionali.

16 animali
Questo libro riporta alla luce questioni d'altri tempi come l'eccesso di specializzazione dei saperi o l'inetta supremazia della tecnica nelle pratiche progettuali. Ovviamente il fatto che siano questioni più che secolari non significa che abbiano trovato una soluzione, anzi la questione più grande è proprio che siano state dimenticate e non siano piuttosto tatuate, come monito, sugli avambracci di ogni laureato.
Poiché sono certo che tutte le mie parole non abbiano chiarito il personaggio, userò quelle che Ettore Sottsass utilizzò negli anni '70 per descrivere una collezione di porcellane progettate da Mari:
“Credo che queste porcellane bisogna toccarle con cura, come si tocca una memoria della vita, credo che bisogna onorarle come si onorano gli strumenti di un rito, credo che bisogna appoggiarle adagio sul legno del tavolo, come si appoggia adagio il foglio fragile di una lettera che racconta avventure malinconiche, credo che poi, forse, vadano avvolte nel lino e riposte in un armadio molto speciale perché non vengano toccate dalla ferocia della vita quotidiana che non fa altro che farci dimenticare, dimenticare, dimenticare le mani affaticate, gli occhi spaventati, la pelle inerme della gente; voglio dire della gente che cammina per le strade, quella gente che la sera passa il cancello, sale sulla bicicletta e percorrendo stancamente il bordo della strada, un palo della luce dopo l'altro, se ne torna a casa. Ma forse non sono stato abbastanza chiaro.”

Quali parole potrebbe mai ispirarci la costosa mercedes?

martedì 16 agosto 2011

paradisi (racconti di fantasia)



You you
Soft and only
You you
Lost and lonely
You you
Just like heaven
 

the cure, just like heaven



PARADISO 1
Pasargadae, Persia, 540 a.C.
Quest'oggi ho cavalcato nel deserto di sassi per ore e ore. Sono giorni che non faccio altro.
Poi mi è sembrato di vedere che la linea che divide il cielo dalla terra si increspasse e poco dopo sono apparse le mura della città.
Era come la continuazione in verticale del pavimento del mondo; le vette degli alberi spuntavano da questo doppione dell'orizzonte costruito con la stessa terra di cui è fatto il suolo infinito.
Le guardie mi hanno osservato con sospetto e non posso dare loro torto: un messaggero da Babilonia in questo periodo potrebbe significare solo guai. 
Quindi sono stato condotto in una sala dove ho potuto fare le abluzioni, ripulirmi, cibarmi e dove ora sono in attesa di poter incontrare il re.
Ed ecco che alla fine un servo viene a prelevarmi per portarmi al cospetto del Grande Ciro re della Persia.

Egli siede sul trono al centro di un giardino che i miei occhi non potranno mai più dimenticare.
Nella mia città abbiamo il giardino più grande che mente umana abbia mai concepito: il re Nabucodonosor lo volle per dimostrare come si possa sconfiggere il deserto.
Ma questo dove mi trovo ora è un luogo differente da ogni altro e non sembra essere di questo mondo
Dal trono che sta sollevato e coperto per ripararlo dal sole si dipartono quattro lunghi canali che dividono lo spazio quadrato in altri quadrati. Qui ogni essenza conosciuta, ogni profumo, ogni colore si dispone in una regola che sembra aver piegato la natura ad un ordine che non può essere se non divino. Tutt'intorno i porticati indicano che tutto questo deve avere un limite.
Il re riconosce il mio stupore e mi dice:
- Quello che nella vostra lingua si dice giardino, presso di noi ha molti nomi differenti. Questo io lo chiamo pairidaeza. Presso di voi si direbbe paradiso.


PARADISO 2
San Francisco, 24.maggio 2011 d.C.
Questa mattina sono stato al mercato. Per la prima volta non sono andato per comperare ma per vendere: ho venduto due chili di carote e quattro pomodori alla signora che sta al numero 14 della mia via. Questa è stata la mia prima vendita. E poi altri sono passati dal mio tavolo e ho quasi finito tutto quello che avevo portato con me, soprattutto le patate sono sparite in pochi minuti.
Non ci sarebbe niente di strano se non fosse che io di mestiere faccio il tranviere. Conduco i Cable-car che si arrampicano e poi scendono a precipizio dalle colline della città.
Da qualche anno usavo il mio tempo libero per coltivare insieme a mia moglie ed ai miei vicini un terreno che il comune ci aveva lasciato in licenza. Dagli anni '70 ci sono molti Community Garden in città e quindi siamo tutti entusiasti da quando, il mese scorso, il sindaco ha emesso un'ordinanza che ci permette di vendere direttamente quello che produciamo nei nostri orti. Il ristorante cinese sotto casa ci ha chiesto se possiamo vendergli le patate. Non so se ne produciamo a sufficienza... vedremo.
Anche alla scuola del nostro ragazzo stanno trasformando il vecchio cortile malandato in un orto nuovo di zecca: il nostro Bob è sempre il più bravo nel lavoro perché già ci aiutava nei fine settimana e gli piaceva soprattutto seminare!
Ora devo andare. Fra poco inizia il mio turno al Cab.
See ya.


PARADISO 3
Barcelona, 28 maggio 2011 d.C.
Questa notte ho dormito qui in piazza, con gli acampados del movimento 15M. Da due settimane vivevamo in plaça de Catalunya per dimostrare che non ce la facciamo più a sopportare che chi decide per noi lo faccia senza pensare a noi. Non vogliamo che idee balzane, meccanismi economici indecifrabili, o personaggi omologati ad un sistema incontrollabile regolino la nostra vita. Quindi siamo venuti a vivere qui, davanti a tutti e insieme a tutti. Qui coltiviamo le aiuole per produrre del cibo, siamo protetti dall'assenza di muri, qui non ci sono i partiti perché c'è la politica, non ci possono rubare nulla perché quello che abbiamo è di tutti. O almeno così pensavamo. Questa sera la nostra squadra si giocherà la coppa e allora qualcuno ha deciso che noi non potevamo intralciare i festeggiamenti.
Allora ieri mattina è arrivata la polizia che voleva mandare via tutti, anche chi stava seduto a parlare. Sono volteggiati i manganelli e sono stati trascinati via vecchi e giovani che stavano seduti. E hanno distrutto gli orti dove c'era la loro insalata e le loro carote perché quello che c'era qui era nostro come loro.
Stamattina qua in piazza siamo molti in più di ieri e stiamo ricostruendo l'orto e stasera guarderemo la partita.
Tutti insieme.




PARADISO 4
Europe city, 16 agosto 2047 d.C.
La notte era calda. Era molto calda, umida e appiccicosa. Mi aggiravo annoiato fra i lampioni. Anche la luce colava giù dalle lampade melmosa, come se fosse piombo fuso. L'Agglomerato in estate non dava respiro. Da quando le radiazioni avevano reso tossici tutti gli alberi non era rimasto molto spazio per cercare frescura se non sotto terra.
Quindi scesi nella botola del PARADISE per farmi il bicchiere della staffa.
Avevo poche idee ma confuse e, benché sapessi esattamente cosa mi avrebbe aspettato nei giorni, nelle settimane e nei mesi a venire avevo deciso di dimenticarmene.
Poi, come quando un chiodo decide di essersi scocciato di reggere il suo quadro, all'improvviso accadde tutto quanto.
E da quel momento il mondo non fu più lo stesso.

giovedì 9 giugno 2011

nella vecchia azienda agricola, icola, icola, icola

Non fermarmi adesso
perché mi sto divertendo così tanto
e non voglio smettere per niente
    Queen, don't stop me now

Le generalizzazioni sono quelle cose che ci fanno avere un'opinione su qualche cosa che non conosciamo.
E' uso e costume avere opinioni anche su argomenti che non ci interessano per niente: ci sono reti televisive che organizzano il loro palinsesto sulla questua di ogni tipo di pareri raccolti per le strade.
Dal momento che farsi un'idea sensata è faticoso ed il microfono del giornalista che ci chiede insistentemente la nostra opinione è lì, pressante, narciso ed imbarazzante, rispondiamo sputacchiando frasi sconnesse come una rapsodia di Gershwin pensando così di mettere agli atti una volta per tutte la nostra identità.

Il contrario della generalizzazione è l'approfondimento, la conoscenza, e quindi l'opinione fondata su un sapere piuttosto che sull'impulso di un attimo.
Non so prima, perché non c'ero, ma negli ultimi 4000 anni la trasmissione e la diffusione della conoscenza sono sempre state controllate da pochi eletti, i quali, di solito, se ne sono approfittati... Anche nell'ultimo secolo, che sembrerebbe essere stato la culla del liberalismo, in realtà la diffusione delle idee è sempre stata vincolata a chi aveva il controllo del supporto: le case discografiche per il vinile e poi i cd; gli editori per la stampa su carta e soprattutto la distribuzione di romanzi, saggi e giornali; i presidenti del consiglio per le televisioni...
Negli ultimi 20 anni di progressiva diffusione di internet si è potuta sviluppare una liberazione dai tradizionali strumenti di diffusione culturale: la rete è un luogo in cui lo spazio è stato annullato ed io posso accedere a tutte le opinioni del mondo in un solo istante.

Il problema è però sempre lo stesso: a chi mi rivolgo per costruire il mio sapere per poi produrre un'opinione sensata? Come scelgo la gerarchia degli argomenti che leggerò sul mio schermo? Prima sarei andato in libreria, in biblioteca, dal parroco o avrei semplicemente chiesto ad un amico o un genitore.
Oggi uso un motore di ricerca.
E' inutile spiegare quanto sia importante che l'algoritmo matematico che sta alla base dei più diffusi motori di ricerca RIMANGA SEGRETO. Scoprire il modo per far sì che il proprio nome o prodotto esca sempre al primo posto della lista di una ricerca su google offrirebbe un potere esagerato. Esiste un vivace dibattito sul tema della neutralità di Google (che al momento gestisce circa 2 milioni di ricerche al minuto in tutto il mondo !!); in molti tengono d'occhio la società di Mountain View dove, sempre più spesso, si devono prodigare nel dimostrare l'imparzialità dei loro servizi.
Però, come la ricetta della CocaCola è segreta ma non possiamo negare che contenga acqua e zucchero, allo stesso modo non si può eludere il fatto che alla base delle gerarchie delle ricerche di Google ci sia la quantità di collegamenti che indirizzano verso un argomento (se 10000 articoli trattano di Marco Pozzo, presidente del consiglio comunale di Savona, e solo 1 porta al sottoscritto - sigh.. - inevitabilmente sarà il primo ad essere in cima alla lista).

Non ci è voluto molto perché qualcuno capisse che ci si poteva fare del denaro e quindi sono nate le content farm che non sono altro che “coltivazioni” intensive di parole. Se voi avete un'attività di pedicure per gatti e volete che ricercando la parola “gatto” la vostra azienda appaia fra le prime della lista vi rivolgete ad una di queste società (pagando fior di dollaroni!!) che metterà in movimento i proprii scrittori inondando la rete di articoli che collegano sapientemente il vostro nome con il termine GATTO.


La principale di queste “fattorie” può arrivare a produrre ogni giorno più di 30000 articoli che, per statuto, non richiedono buon senso né capacità letterarie... Gli scrittori arrivano a produrre 5 pezzi al giorno che renderanno 15$ ciascuno e voi scalerete posizioni in rapporto a quanto siete disposti a sborsare. Si produce immondizia culturale in cambio di visibilità (e quindi ritorno pubblicitario) ingannando il motore di ricerca e chi ne fa uso.
Google dice di aggiornare in continuazione i parametri di ricerca in modo da evitare queste deviazioni ma rimane il timore che, a causa di questo spamming culturale, la rete diventi, come la televisione, un luogo dove è scoraggiante cercare dei contenuti.


Se però volete essere certi di trovare dei contenuti (??) nella loro forma più pura e incorruttibile (??!) allora dovrete rivolgervi a quei buontemponi di dead drops: quando la rete diventa troppo facilmente manipolabile possiamo farne a meno e diffondere capillarmente le nostre idee nascondendole fisicamente nei muri. Basta una piccola memoria di massa USB, un po' di calce ed una consenziente fessura in un muro della nostra città. Nessuno si accorgerà di quella piccola sporgenza tranne chi avrà trovato le sue precise coordinate su deaddrops.com e potrà collegare il proprio computer per controllare se sono state lasciate inestimabili opere d'arte o anche solo cosa si dice in giro...
Rock'n roll can never die.

martedì 10 maggio 2011

via dalla pazza folla

       “Doc, devi prendere più rincorsa. Non c'è abbastanza strada per arrivare a 88!”
       “Strade? Dove stiamo andando non c'è bisogno di .... strade!”
       Bob Zemeckis, Ritorno al futuro






Questa rubrica dovrebbe avere lo scopo di raccogliere notizie interessanti dal mondo, sprazzi di intelligenza, qualche soluzione pratica che aiuti a vivere meglio..
Non questa volta.
Questa volta la confusione e il dubbio hanno preso il sopravvento.

Ho visto un progetto e sono ancora a bocca aperta.
Si costruirà una nuova centrale idroelettrica.
(Bene! Energia pulita, da fonte rinnovabile, niente scorie; la riconversione semplice; materiali riciclabili, niente strascichi. Molto bene).
Si decide di farla nel deserto, o quasi, in Medio Oriente, dove di solito ce la si sbriga in modo rude, con grandi centrali nucleari che qualche LIEVISSIMO problema di scorie e di dismissione lo danno.
(Benissimo; voglio dire... sempre che si riesca a trovare l'acqua nel deserto...)
La facciamo in mezzo a due laghi (ah! Allora l'acqua c'è. Meglio) scavando un enorme tubo dentro una montagna e mettendo delle sconfinate turbine nel centro di una caverna proprio nel mezzo di questa montagna. (Fantastico. Nessun impatto visivo e anche il rumore delle turbine sarà annullato da metri di roccia).
Il dislivello fra il lago superiore e quello inferiore è di 400 metri quindi la produzione di energia sarà proporzionalmente molto alto (bé... cosa vogliamo di più dalla vita? Festa!).
Un lago artificiale è come un grande accumulatore di energia, pronto a fornirla quando se ne ha bisogno e a conservarla appena si chiude il rubinetto, però il bacino che sta a monte non è alimentato da sorgenti o fiumi perenni (ehhh.. ci pareva... Nel deserto...! quindi?).
L'acqua, che di giorno viene fatta scendere nell'enorme tubo e produce un fottìo di energia, durante la notte viene ripompata dal lago inferiore a quello superiore (?!?) utilizzando l'elettricità prodotta dalle centrali nucleari (ma.. come?!).
La convenienza sta nel fatto che l'energia prodotta di giorno viene venduta ad un prezzo alto mentre quella che viene consumata di notte si compra ad un prezzo molto più basso, come impone la buona vecchia legge della domanda e dell'offerta (...).
Inoltre le centrali nucleari, una volta avviate, sono più difficili da modulare, quindi di notte producono più di quello che il mercato riesce ad assorbire, mentre quelle idroelettriche riescono ad essere regolate in base alla domanda ed inoltre costano molto meno, quindi una serie di luoghi di produzione come questo sono in grado di compensare perfettamente le richieste del mercato.
Grande perplessità.
Se si valuta il progetto in modo sbrigativo sembra tutto una follia: questa grossa e costosissima macchina CONSUMA ENERGIA INVECE CHE PRODURLA!! Infatti il meccanismo che pompa l'acqua verso l'alto ha un rendimento inferiore al generatore che sfrutta la caduta della stessa...
Se si guarda il tutto con un sguardo tecnico invece sembrerebbe sensato che una centrale meno costosa, più sostenibile e più adattabile prenda il posto di una grossa centrale atomica che finirebbe col produrre più energia di quella che viene consumata in alcuni orari; mi si dice che questa sia una soluzione da manuale e che esistono parecchi interventi di questo tipo...
Ma se provassimo a salire in piedi sul seggiolone della chicco per vedere tutto ancora più da lontano, se i neuroni fossero in forma ed il buon senso ci sostenesse, potremmo ipotizzare che la grande rete di distribuzione dell'energia non sia il sistema più elastico per limitare i consumi. Anche solo perché, se una buona porzione di utenti decidesse, com'è auspicabile, di spegnere la luce, il sistema, afflitto dal suo gigantismo, faticherebbe a smettere di produrre iniziando a girare a vuoto...
Grande incertezza.
Il problema del risparmio energetico globale non sembra essere tanto una questione di tipo di fonte scelta (carbone, sole, vento, plutonio, manovelle, pedali, ecc...) quanto di scala dimensionale e di come le centrali di produzione vengano organizzate e messe in rete fra di loro.
Praticamente tutta l'energia che viene prodotta anche in modo virtuoso con pannelli solari sui tetti delle abitazioni, o con altre fonti sostenibili, viene comunque immessa in rete, e deve sottostare a complicati conteggi che garantiscono ai grossi gestori della rete di non diminuire mai troppo i loro guadagni (...!).
Anche il comparto della microgenerazione (un motore, tipicamente a gas, da tenere in cantina che produce calore ed elettricità), che molti indicano come la soluzione ideale per aumentare di parecchio il rendimento del combustibile evitando le dispersioni del trasporto dalle grandi centrali, ha bisogno di costruire una rete fra i generatori per evitare di produrre energia elettrica a vuoto o, al contrario di non essere in grado di rispondere ai picchi di domanda.
Infatti dove sono state faticosamente realizzate delle reti indipendenti di microgenerazione (Germania grazie ai generatori a gas della Volkswagen, Giappone grazie alle macchine costruite dalla Honda, ecc) non è possibile acquistare i generatori separatamente da un contratto con il gestore. Tanto più è piccola la rete, tanto più si diventa vulnerabili agli eccessi di domanda; quanto più la rete è grande tanto più la sua inerzia rende complesso e dispersivo il suo governo.
Grande dilemma.
Come risposta alla questione ci sono due tendenze in atto con intenti diametralmente opposti:
- la smart-grid, la rete delle reti; un cervellone che sta sopra tutti quanti noi, capace di mettere in moto il generatore della vostra cantina per accendere una lampadina dall'altra parte del mondo (più o meno...)
- l'off-grid (fuori dalla rete) un'idea di alcuni ricercatori di Arezzo che ci credono così tanto da averla brevettata e trasformata in un progetto commerciale. In questa configurazione quando il nostro pannello solare produce elettricità che non viene consumata, invece di venderla all'Enel ce la teniamo per noi e ci produciamo idrogeno che viene immagazzinato. Questo può essere poi bruciato per riscaldare la casa o cucinare, oppure esser riconvertito in elettricità tramite le cosiddette pile a combustibile che sono anche in grado di far funzionare la nostra automobile. Alcune di queste tecnologie sono da poco in commercio e quindi passibili di miglioramento ma i primi edifici realizzati con questi criteri hanno rappresentato l'Italia alla Biennale d'architettura di Venezia e all'Expo di Shanghai.
In queste stesse sedi, dove si presenta l'eccellenza della ricerca di ogni nazione, non c'era traccia di energia nucleare.
Grande confusione.

lunedì 11 aprile 2011

demo

Sometimes I feel like I don't have a partner
Sometimes I feel like my only friend
Is the city I live in, the city of angels
Lonely as I am, together we cry
                   
Under the bridge, RHCP




Una buona idea finalmente.
Potrebbe risolvere problemi, magari non eliminare la fame nel mondo, però migliorare la vita di molti.
Come posso fare per farla conoscere al mondo? Come posso convincere la gente che la mia idea è quella buona?
A quanto si dice in giro questa è l'epoca in cui questo desiderio sia uno dei più facili da esaudire: le informazioni raggiungono ogni luogo sul globo terrestre e moltissimi esseri umani vivono e lavorano basandosi su di esse.
L'esperienza ci insegna però che la parte difficile dell'informazione è quella di trasmetterla svegliando l'attenzione della nostra platea, piccola o mondiale che sia.
Tutti quanti confidiamo che chi possiede l'arte di coinvolgere ed interessare il prossimo sia anche cosciente delle responsabilità che questo dono comporta.
La responsabilità ritorna però su di noi quando costruiamo una nostra personalissima gerarchia che, ad esempio, ci porta a pensare che ciò a cui la tv dà maggiore importanza sia anche quello che deve maggiormente influire sulle nostri abitudini quotidiane, dimenticandoci che, così come demandiamo ai rappresentanti dei partiti l'amministrazione dei nostri soldi e del nostro territorio, allo stesso modo affidiamo agli artisti ed ai loro esperimenti la verifica continua della nostra cultura.

Una giovane ragazza americana con gli occhi a mandorla sta da qualche tempo dimostrando come il concetto un po' stantio di urbanistica possa diventare improvvisamente attraente e stimolare l'interesse utilizzando alcune buone idee che, sconfinando forse nell'arte, aiutano a cambiare il volto della periferia degradata.

Facendo base a New Orleans la giovane Candy Chang, diplomata in graphic design e laureata in pianificazione urbana, è riuscita a mettere in piedi alcuni eventi che uniscono il divertimento con una reale utilità urbana grazie al coinvolgimento che hanno suscitato.

uno - Semplificando fino allo scheletro la medesima idea che sta alla base dei “luoghi del cuore” censiti dal FAI in Italia (sondaggio popolare indetto per segnalare luoghi di pregio bisognosi di cure) Candy, supportata da due galleria d'arte, ha stampato e diffuso gratuitamente per tutta la città degli adesivi con la scritta: I WISH THIS WAS ... (vorrei che questo fosse ...) invitando a completare la frase e ad appiccicarli (tranquilli: non c'è colla e non si lascia nessuna traccia) in giro per la città. Su alcuni edifici abbandonati sono state riempite le pareti di adesivi in bianco per chiedere suggerimenti. Questi sono arrivati a migliaia dal novembre scorso e ancora oggi si può camminare attraverso una mappa dei sogni, delle preoccupazioni e delle malinconie degli abitanti che sono stati registrati in una rassegna fotografica ad alto tasso di poesia.

due - Prima all'interno di una galleria d'arte di Dallas e poi su un muro di una casa abbandonata Candy ha installato una grande lavagna con verniciata 80 volte la scritta BEFORE I DIE I WISH TO .... (prima di morire vorrei...). Ebbene quell'angolo di strada malfamata è diventato un luogo di incontro e di passaggio obbligato per tutti gli abitanti del quartiere che vogliono leggere le novità sui sogni dei loro vicini prima che avvenga il quotidiano lavaggio del muro (non senza aver prima ricopiato tutto quanto).



Se invece che nel profondo Sud degli Stati Uniti vi trovate in Piemonte nell'aprile del 2011 ma siete, come Candy, affascinati da come funzionano i meccanismi di comunicazione e di controllo del sapere potete partecipare alla Biennale Democrazia 2011, che avrà il suo culmine a Torino dal 13 al 17 di questo mese, con una serie di spettacolari incontri pubblici alla presenza di personaggi italiani e stranieri che meglio stanno interpretando le novità che la società delle informazioni sta imponendo al pensiero politico.
Scorro l'elenco dei relatori: ... filosofi, ... scrittori, ... architetti, ... ex giornalisti, ... Eco, Benigni, Vattimo, Augias, Koolhaas, Giorello, Scalfari... no; mi spiace. Nessun rappresentante di partito. D'altronde qui si parla di politica e di pensiero.
Ahhh no! che sbadato. Eccone una. Un'europarlamentare svedese di 24 anni.
Attenti allo scalpo: i suo partito si chiama piratpartiet.

domenica 27 febbraio 2011

stop

... Sono i miei orologi che sto sentendo??
- Sì, sono le 8.
- Perfetto! Il mio esperimento comincia bene: sono tutti esattamente in ritardo di 25 minuti!

Times Square è stata trasformata in un'isola pedonale


Uno degli happy ending cinematografici più spiazzanti della storia è quello in cui i due protagonisti di Turné di Gabriele Salvatores decidono di comune accordo di fermarsi. A dispetto “dell'effetto velocità che lascia indietro morti e feriti” decretano una pausa nella loro esistenza e si appoggiano alla vecchia mercedes bianca senza preoccuparsi di cambiare la gomma forata.
Questo gesto che in un altro film sarebbe una fastidiosa assenza di finale, qui diventa una liberatoria presa di posizione contro l'onda degli eventi che ci porta a muoverci sempre e comunque senza meta perché l'orrore dell'immobilismo sembra l'unico nemico da sconfiggere.
A quanto pare Bill Gates, quando era ancora a capo della Microsoft, si riservava almeno due pause da una settimana ogni anno (nell'azienda tutti le conoscevano come THINK WEEKS), durante le quali si ritirava in isolamento totale in una delle sue tante abitazioni per pensare, leggere le proposte dei suoi collaboratori e decidere consapevolmente quale direzione fare prendere alla sua colossale creatura.
Fermarsi a pensare per riordinare le idee e dare un significato alle proprie azioni è diventato un lusso raro anche se dovrebbe essere una condizione indispensabile per pianificare il futuro (che è anche l'unica capacità che distingue l'uomo dagli altri animali...).
A giudicare dalla sconsiderata mancanza di direzione con cui si manifesta la società in cui viviamo tutti i giorni si direbbe che le pianificazioni del recente passato non abbiano avuto una sufficiente capacità di preveggenza o, perlomeno che questa non abbia contemplato il coinvolgimento dell'intera comunità.

Vediamo chi prova a prevedere (fabbricare?) il futuro.

Un paio di anni fa la municipalità di Parigi aveva selezionato 10 gruppi di progettazione - fra cui quello italiano di Bernardo Secchi e Paola Viganò - per provare a prevedere quali sarebbero stati i bisogni della Grand Paris (così viene chiamato l'insieme della città e di tutti i suoi sobborghi) nel XXI secolo e quindi ad individuare delle linee d'azione sotto forma di politiche abitative ma anche di utopie architettoniche. Ne era scaturita una mostra molto coinvolgente e stimolante per gli addetti ai lavori ma vagamente sfuggente per tutti gli altri.

A New York City hanno provato a fermarsi un attimo e a raccogliere le idee per prevedere come sarà la città nel 2030 (anno in cui si prevede abiterà in città 1 milione [!!!] di abitanti in più di oggi). In questi mesi si sta raccogliendo il risultato di un lavoro di sondaggio che va avanti dalla fine del 2006 attraverso i comitati di quartiere, convegni e incontri con la popolazione organizzati dal municipio e dai 5 distretti, oltre alla quantità di lettere giunte al sito istituzionale di tutta l'operazione plaNYC2030. Una commissione ha trasformato tutti questi dati in linee guida e ora i desideri si stanno trasformando in cantieri e siti internet su cui si può verificare cosa si sta facendo ed imparare come comportarsi per realizzarlo. Perché la soluzione non è compito solo dell'amministrazione alla quale si delegano le opere più grandi, ma soprattutto dei cittadini stessi che, con il loro comportamento (moltiplicato per 8 milioni!!!) cambiano la storia della loro città.
Mentre le grandi opere si occupano di svecchiare le infrastrutture - acquedotti, linee di trasporto pubblico, ma anche parchi, diffusione delle isole pedonali e incremento dell'efficienza energetica degli edifici pubblici - i cittadini ricevono i consigli in modo da poter fare evolvere per tempo le loro abitudini. Il sito satellite greeNYC presenta un uccellino un po' saputello come mascotte ed è dettagliatissimo nei consigli che ogni abitante dovrebbe seguire per conseguire l'obiettivo di ridurre del 30% le emissioni di anidride carbonica per il 2030. Talvolta le modalità di persuasione sono molto americane e fanno quasi tenerezza: come il consiglio di bere l'acqua del rubinetto perché: “... é pura, fresca e ha zero calorie”. Però il concetto diviene decisamente più chiaro quando si confronta la spesa annua per due litri al giorno di acqua del rubinetto (0,50$) con un'identica fornitura in bottiglia: 1400$!!

E noi? abbiamo già fatto la nostra lista dei desideri per il 2030?

giovedì 27 gennaio 2011

cose


Gli sedeva accanto una giovane donna. Una donna dalla chioma d'una bella sfumatura tizianesca, dal sorriso remoto sulle labbra; le fasciava le spalle un mantello di visone azzurro che quasi faceva sembrare la Rolls Royce un'automobile come tutte le altre.
Quasi ma non del tutto. 
Nulla può riuscirvi.

Raymond Chandler, Il lungo addio, 1953



Quando nasciamo facciamo una fatica infernale a costruire il rapporto fra noi e gli oggetti che ci circondano.
Bisogna capire cosa toccare....., cosa mangiare....., cosa usare per costruire altri oggetti....
Poi quando iniziamo a capire quello che ci viene detto ci si mette in mezzo anche la cultura che, chi ci vuole bene, desidera inculcarci. E allora gli oggetti acquisiscono anche un significato ed un valore che non dipendono né da noi né dall'oggetto in sé, ma dalla fiducia che diamo al sapere degli altri.
Poi ci sono degli oggetti speciali che chiamiamo luoghi, che impariamo a riconoscere e ad amare perché ci ricordano dei momenti piacevoli e finiamo per tornarci molto spesso, e allora li chiamiamo casa.
Molto spesso diamo loro una forma adatta a contenere molti oggetti ai quali la nostra cultura dà valore.
Se ci affezioniamo troppo a questo stato di cose nasce la paura di perdere questi oggetti o peggio, che questi ci vengano tolti, e allora ci si mette d'accordo con altri come noi per difendere i nostri oggetti e quindi nascono i circoli ARCI, le città, le Nazioni Unite.
Ecco....
Se negli ultimi tempi vi è capitato di passare per qualcuno dei palazzi delle Nazioni Unite e, per pura coincidenza, vi è saltato in mente di chiedere informazioni sulle isole Marshall agli impiegati che avete incrociato, avrete avuto come risposta sguardi rivolti alla punta delle scarpe, frasi di circostanza e silenzi prolungati.
Uomini tutti d'un pezzo che sanno immediatamente prendere posizione a fronte di rivoluzioni, dittatori e SUV in doppia fila ..... si trovano in totale imbarazzo a decidere cosa succederà di una nazione di cui sta per scomparire il suolo.
Le Isole Marshall sono uno stato indipendente che si trova in mezzo all'oceano Pacifico, equidistante, a circa 3000 km, dal Giappone, dall'Australia e dalle Hawaii.
Il punto più elevato dell'arcipelago di atolli che le costituisce è di 10 metri sul livello del mare e la maggior parte del loro territorio si trova intorno ai 2 metri sul livello del mare.
Si prevede che entro i prossimi 50 anni tutti gli oggetti che si trovano sulle isole, e anche tutti i luoghi, e anche tutte le case, e i soprammobili e i Mc Donald's e i SUV in doppia fila saranno sommersi dall'oceano che si sta poco alla volta innalzando a causa dello scioglimento dei ghiacci.
L'economia di questo Stato è molto florida grazie ai diritti di pesca che si estendono su 2 milioni di chilometri quadrati e anche ai diritti minerari sottomarini. La cultura locale è fortemente legata a quella degli Stati Uniti (di cui è stato una colonia fino al 1986) ma si parla anche il tedesco e il giapponese.
Le Nazioni Unite possono vantare regole molto chiare per le popolazioni profughe di guerra ma non esiste una legislazione che riguardi la sparizione fisica di uno stato.
Cosa succederà dei Marshallesi (sarà giusto?!)? I loro figli avranno una cittadinanza e una bandiera pur abitando altrove?
Non è interessante qui soffermarsi più di tanto sulle implicazioni politiche dell'evento (anche se, da distante, sembra più una questione commerciale), quanto riflettere sullo sconfinato peso della cultura materiale per la definizione dell'identità di un gruppo sociale.
Per difendere le cose si costruiscono musei, muri, si fanno guerre, si costruiscono monumenti (che sono oggetti che raffigurano altri oggetti piazzati nel mezzo delle città, che sono anch'esse degli oggetti), ma in definitiva, come accade per le popolazioni nomadi, la cultura dei Marshallesi sopravviverà alla sparizione del loro luogo solo se saranno loro a volerlo, così come è accaduto per gli Ebrei senza Israele, i Palestinesi con Israele o per i Tibetani senza uno Stato.
La cultura è fatta dai rapporti fra le persone e perdura nel tempo grazie alla solidità di questi rapporti. Se la comunicazione fra le persone viene a mancare anche tutto quello che noi chiamiamo cultura materiale finisce col diventare materia inanimata.

domenica 28 novembre 2010

I like the way you move

          Sono uscito questa mattina, non credevo ai miei occhi,
          cento miliardi di bottiglie arenate sulla spiaggia. 
          The police, message in a bottle

Se avete un cellulare acceso in tasca dovete convivere con l'idea che qualcuno, da qualche parte, sa dove siete.
Ovviamente costui deve aver voglia di sapere dove siete (ad esempio il mossad non dovrebbe essere interessato alla mia posizione...) e deve avere accesso ai dati del vostro operatore telefonico da cui si vedrà a quale antenna della rete cellulare voi siete collegati.
Però mettiamo che a voi non interessi particolarmente nascondere i vostri spostamenti o che, al contrario, vogliate far sapere a qualcuno dove vi trovate in quel momento: allora si aprono degli scenari culturalmente esplosivi che potrebbero cambiare il nostro modo di utilizzare lo spazio.
Ad esempio Google approfitta di tutti quelli che danno il consenso a far conoscere la loro posizione per determinare a che velocità si stanno muovendo gli automezzi sulle strade e quindi a trasmettere al mondo il servizio “traffico” col quale possiamo conoscere le condizioni delle strade in tempo reale e scegliere il nostro percorso di conseguenza. In Italia questo servizio funziona solo per le autostrade ma in USA, Francia e Cina è attivo anche nelle grandi città e permette letteralmente di svicolare gli ingorghi vedendoli dall'alto.
Sempre Google, tramite latitude attivo sul telefono cellulare, permette di far sapere, a chi scegliamo noi o a tutto il mondo, dove ci troviamo esattamente. Anche facebook permette di condividere con gli amici la nostra posizione, ma il programma che potrebbe cambiare tutto si chiama foursquare: chi lo accende sul proprio telefono ritiene inutile anche il minimo concetto di privacy e si muove in uno spazio parallelo di comunicazione collettiva in cui il comando “mi piace”, tanto amato dagli utenti di facebook, viene appiccicato ai luoghi. Muovendosi con foursquare in funzione si vedono i luoghi vicini a noi segnalati e commentati dagli altri utenti e si vedono i punti di aggregazione, in cui c'è più gente e anche chi c'è e chi non c'è, ma soprattutto si può segnalare al mondo un luogo che si ritiene speciale e spiegare il perché. I locali o i negozi o i musei possono diventare coordinatori di questo movimento e premiare chi li frequenta di più (ad esempio consumazione gratuita per il primo iscritto della serata...), ed il tutto può diventare un grande gioco di società premiando coloro che diventano i maggiori frequentatori con il titolo di sindaco di quel luogo.

Che cosa hanno in comune questi strampalati strumenti di comunicazione se non permettere alle persone di far sapere a tutti quanti i fatti proprii? Quante volte succede di parlare con chi non vi permette neanche di interromperlo per l'ansia di raccontare la parte di sé che vuole che tutto il mondo conosca? Il problema sembra essere, piuttosto, trovare qualcuno che resti in ascolto. La privacy è quindi un gingillo per avvocati? Un problema legato a questioni commerciali? Infatti i 500 milioni di iscritti a facebook dimostrano che i rapporti sociali sono fondati esattamente sull'opposto della privacy, vale a dire sull'esibizione.
Una delle scene chiave di social network, il film nelle sale in questi giorni che racconta la turbolenta nascita di facebook, è quella in cui uno studente chiede al protagonista informazioni confidenziali su un ragazza: Zuckerberg risponde che non ne sa nulla e che la gente dovrebbe andare in giro con un cartello con su scritto se è sentimentalmente libera e le sue intenzioni. Facebook è questo cartello, un messaggio in bottiglia che vaga nella rete. Foursquare è invece un cartello piantato in mezzo alla strada che cambia le gerarchie spaziali utilizzando il sapere collettivo.

Questa idea di amicizia di massa incuriosisce molto chi deve progettare lo spazio fisico perché, se il progetto architettonico deve essere un gesto culturale diventa importante capire se la società si muove verso un futuro individualista e pieno di paure per la diversità, che trova la sua unica panacea nello shopping come vorrebbero convincerci la televisione e la pubblicità, oppure se si sarà in grado di utilizzare internet come strumento per realizzare una comunicazione di massa autogestita invece che filtrata.
A quanto pare il mondo virtuale di chi viaggia nella rete, a dispetto dei timori di scollamento dalla realtà, sembra possa tornare utile per la riappropriazione corale dello spazio fisico.
In Italia si stanno guadagnando una nota di merito in tal senso i ragazzi di critical city che hanno inventato un gioco contagioso in cui bisogna guadagnarsi dei punti girando per la propria città, ma anche restando a casa propria, superando delle prove sia individuali che collettive. Una specie di caccia al tesoro il cui risultato è una mappa divertita di luoghi abbandonati da riscoprire e di luoghi conosciuti caricati di nuovi significati.
Mentre c'è che costruisce muri (come quello che si è iniziato a realizzare pochi giorni fa al confine tra Israele ed Egitto), altri costruiscono ponti virtuali che finiscono con l'essere più utili dei ponti fatti di cemento e acciaio.


i like the way you move