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domenica 29 settembre 2013

Hank ha comprato un bus




Uno studente che ha pensato che un rendering non fosse sufficiente per il progetto di tesi.

giovedì 17 maggio 2012

martedì 18 ottobre 2011

viaggiare sulle nuvole

Se vi piace viaggiare ma non avete in mente una meta precisa potreste scegliere questo spettacolare mezzo di trasporto: potrete affermare finalmente di andare dove vi porta il vento...





Dezeen - Passing Cloud by Tiago Barros

giovedì 6 ottobre 2011

territorial pissing


When I was an alien
Cultures weren't opinions
Gotta find a way, find a way, when I'm there
Gotta find a way, a better way, I'd better wait

Nirvana, territorial pissing

montaggio di sedia n°1
In questi giorni alla radio si sente ripetutamente la reclame di un'automobile dal costo osceno che recita: IL FUTURO APPARTIENE A CHI HA IL CORAGGIO DI ESSERE DIFFERENTE. La frase appare fin da subito gravida di risvolti contraddittori: decisamente inquietanti se li immaginiamo collegati alla diffusione della suddetta automobile, ma, al contrario, pieni di buone prospettive se li pensiamo applicati alle abitudini sociali che ci appartengono da ormai troppo tempo.
E' curioso ricordare che fino agli anni '80 la pubblicità ha promosso il conformismo (se non compri sei fuori dal gruppo) poi, poco alla volta, è diventato più efficace promuovere la necessità di un'identità individuale (se non compri sei nel gruppo). Oggi tutti quanti vorrebbero identificarsi con l'eroe solitario che si distingue dalla folla.
Questa convinzione è ormai consolidata e guardandoci intorno, o anche solo guardandoci allo specchio, constatiamo che molto spesso i nostri gesti, acquisti e pensieri sono meditati contro il mondo che ci circonda o almeno per differenziarci e distinguerci da esso.
Inorridiamo se incrociamo un'automobile uguale alla nostra; facciamo carte false per differenziare la nostra casa da quella del vicino e scappiamo se ad una festa c'è qualcuno vestito come noi (questo di più le ragazze...).
Questa polverizzazione di ideali e di sogni inizia a diventare un problema quando tutti questi individui, che lavorano duramente ogni giorno per costruirsi un armatura luccicante diversa da ogni altra, devono fare qualcosa insieme: come minimo non ci sono più abituati.

timor
Per provare a capire come l'universo degli oggetti che ci circondano non sia necessariamente una riserva di mattoni per costruire un muro che ci separa dal mondo (va bene ... questa non l'ho proprio inventata io..) ma piuttosto un grande libro che racconta la storia di un'epoca, della sua cultura, dei suoi legami con il passato e dei suoi propositi per il futuro, è da poco in libreria l'irragionevole (irriducibile?) autobiografia del più controverso e polemico dei grandi designer italiani.
25 modi di piantare un chiodo racconta, in ordine approssimativamente cronologico, la vita e gli ideali di Enzo Mari, novarese di nascita e milanese di crescita, che nel suo caso si fondono in qualcosa di simile ad una missione nel tentativo di rendere questo mondo migliore.
Il libro raccoglie in 16 capitoli, che costituiscono altrettanti fasi di una sofferta presa di coscienza, il combattimento intrapreso da Mari contro l'ignoranza e la volgarità, e la precoce scelta del ruolo che più di tutti gli avrebbe permesso di nutrire i suoi pensieri: quello dell'artista che con le sue opere ed il suo faticoso lavoro indaga gli istinti e la cultura degli uomini per realizzare opere capaci di dare un senso alla vita quotidiana.
L'elenco degli oggetti progettati da Mari, che magari abbiamo sulla nostra scrivania come il calendario timor, o in cui dormiamo come il letto tappeto volante, testimonia della sua onestà intellettuale: l'assenza di uno stile riconoscibile dimostra come non ci sia mai stata la tentazione di nascondersi dietro il successo. La lunga serie di aneddoti del libro è lì a dimostrare l'inevitabile ripartenza che ogni progetto ha reso necessaria.
Nel racconto viene fuori tutto il suo carattere polemico e burbero che però può illuminarsi ed entusiasmarsi nella collaborazione in vista del progetto: sia con i suoi colleghi, che insieme a lui hanno inventato il design, sia con gli operai delle ditte per cui progetta, che interroga continuamente per capire le tecniche di lavorazione più appropriate, sia con gli studenti, per i quali elabora tecniche di addestramento poco convenzionali.

16 animali
Questo libro riporta alla luce questioni d'altri tempi come l'eccesso di specializzazione dei saperi o l'inetta supremazia della tecnica nelle pratiche progettuali. Ovviamente il fatto che siano questioni più che secolari non significa che abbiano trovato una soluzione, anzi la questione più grande è proprio che siano state dimenticate e non siano piuttosto tatuate, come monito, sugli avambracci di ogni laureato.
Poiché sono certo che tutte le mie parole non abbiano chiarito il personaggio, userò quelle che Ettore Sottsass utilizzò negli anni '70 per descrivere una collezione di porcellane progettate da Mari:
Credo che queste porcellane bisogna toccarle con cura, come si tocca una memoria della vita, credo che bisogna onorarle come si onorano gli strumenti di un rito, credo che bisogna appoggiarle adagio sul legno del tavolo, come si appoggia adagio il foglio fragile di una lettera che racconta avventure malinconiche, credo che poi, forse, vadano avvolte nel lino e riposte in un armadio molto speciale perché non vengano toccate dalla ferocia della vita quotidiana che non fa altro che farci dimenticare, dimenticare, dimenticare le mani affaticate, gli occhi spaventati, la pelle inerme della gente; voglio dire della gente che cammina per le strade, quella gente che la sera passa il cancello, sale sulla bicicletta e percorrendo stancamente il bordo della strada, un palo della luce dopo l'altro, se ne torna a casa. Ma forse non sono stato abbastanza chiaro.”

Quali parole potrebbe mai ispirarci la costosa mercedes?

sabato 24 luglio 2010

forma e sostanza

..comodo ma, come dire, poca soddisfazione..
C.S.I.

Volete provare un'esperienza di straordinario design? Fate un giro per la vostra casa a verificare se l'interruttore che vedete nell'immagine qui accanto è montato sul cavo di una vostra lampada. Se, stranamente (è stato finora prodotto in oltre 25 milioni di esemplari) non è così potete fare come me: andate a comprarlo nel negozio sotto casa - costa 3 euro - e lo montate in 10 minuti sul cavo della vostra lampada da comodino. Poi accendete.

Clic.

Ora potete intuire perché il più famoso designer italiano, Achille Castiglioni che lo progettò nel 1968 insieme al fratello Pier Giacomo, lo riteneva il suo oggetto preferito: l'invenzione di quello scatto rassicurante, copiato da allora un'infinità di volte, lo inorgogliva e allo stesso tempo segnava il tempo della sua giornata.

Clic.

Personaggi vulcanici e geniali come Castiglioni, scomparso nel 2002, sono quelli che hanno costruito la fama del progetto industriale (per gli amici industrial design) in Italia e la fortuna economica di un settore che ancora oggi pone l'inventiva italiana all'avanguardia del mercato.
L'evento più importante al mondo legato al mercato del design è il Salone del Mobile di Milano che si svolge tutti gli anni verso la metà di aprile.
Se non siete un calciatore o una modella Milano non è una città molto divertente, ma nella settimana del salone tutto cambia: per gemmazione spontanea il Salone ha prodotto il fuorisalone che non è altro che la duplicazione dei padiglioni fieristici in giro per la città. E in giro vuol dire veramente ovunque: piazze, abitazioni, magazzini, fabbriche abbandonate o funzionanti, cantine oltre a più convenzionali showroom, musei e gallerie d'arte diventano oggetto di allestimenti spettacolari, performance mirabolanti e buffet continui ad ogni ora del giorno… I compratori, con amici, parenti, semplici curiosi e animali da compagnia arrivano da tutto il mondo ingorgando la città dal mercoledì al lunedì successivo. Per chi lavora nel settore, o cerca di entrarci, è necessario esporre: se non ci sei non esisti.
Una grande festa collettiva insomma; ma il design? Molto spesso è diluito all'interno del grande entusiasmo generale, qualche volta non c'è, molto spesso sembra una scusa per creare un'atmosfera o forse è più vero il contrario: l'atmosfera da rivista patinata che avvolge l'evento sembra essere quella che dà il senso agli oggetti. Come nella pubblicità il valore dell'oggetto viene scavalcato dall'incanto dell'evento che deve attirare più pubblico possibile.

Clic.

Quest'anno però il Salone milanese deve coesistere con l'attribuzione a Torino di capitale mondiale del Design.
L'approccio al tema è diverso, dal momento che si tratta di un evento meno sfacciatamente commerciale, ed il contesto più cultural/turistico ha favorito la produzione di alcune mostre che ci possono aiutare a capire le origini del design come lo vediamo oggi.
Segnalo due iniziative.
"L'oro del design italiano" (alle scuderie della reggia di Venaria fino al 9 luglio) espone gli oggetti che hanno fatto la storia del compasso d'oro, il premio che dal 1954 viene assegnato ogni anno dall'Associazione Designer Italiani. Gli oggetti, i vincitori ma anche l'elenco dei membri delle giurie raccontano una storia di duro lavoro, ricerca sui materiali, collaborazione fra progettisti e aziende, il tutto controllato da una consapevolezza del significato di ogni gesto progettuale programmaticamente epurato da eccentricità o protagonismi. A Palazzo Madama, fino al 6 luglio, sono esposte la vita e le opere di "Roberto Sambonet designer grafico artista. 1924/1995", uno che, con la sua famiglia, ha costruito la storia dell'industria vercellese. Sambonet è un personaggio che, a conoscerne la vita, fa venire voglia di fare molto meglio il proprio mestiere, tanta è la passione e la ricerca che metteva in ogni sua impresa e tanto semplici ma accurati risultavano i suoi oggetti di design: si tratta di uno degli ultimi cavalieri di quel modo di lavorare che metteva al centro del progetto la qualità dell'oggetto piuttosto che le suggestioni che questo può provocare.

Clic.

Ora sappiamo dove incontrare il design contemporaneo e sappiamo dove andare per capire le sue origini; ma si può intuire come sarà il design del futuro?
Provate ad andare a vedere il sito di DOTT'07 (DeSigns Of The Time), un festival che si è svolto lo scorso anno nell'Inghilterra del nord: ai progettisti invitati da tutto il mondo non è stato richiesto di progettare oggetti ma di migliorare la qualità della vita degli abitanti del luogo riprogettando il loro modo di usare lo spazio ed il tempo: e allora ecco un sistema informativo di condivisione dei mezzi di trasporto nelle zone rurali; un kit per la realizzazione di orti urbani (per annullare l'inquinamento dovuto al trasporto delle derrate); un insieme di regole per facilitare la normale esistenza dei malati di alzheimer, e così via…
Forse gli oggetti ci stanno per sparire dalle mani? Attenzione! Dovremo iniziare ad usare la testa!

Clic.

domenica 18 luglio 2010

zizì ovvero la scimmietta più intelligente del mondo

Questa è la storia di una piccola scimmietta nata nel 1952 la cui intelligenza ha fin da subito sfidato il mondo intero e che ancora oggi, alla veneranda età di 57 anni, è l’emblema della conoscenza contro la bestialità. Zizì ha una certa età ma i suoi antagonisti possono vantare origini che si perdono nella notte dei tempi…

Se si sfoglia un manuale di storia della sociologia prima o poi si incontrerà un capitolo dedicato ad alcune tribù native del Nord America (sulla costa pacifica del Canada e degli USA) fra cui ce n’è una dal nome lungo e inquietante: Kwakwaka'wakw (non sto scherzando: si scrive proprio così!).
Questi signori hanno suscitato l’interesse del mondo dal momento che, per alcuni secoli e fino alla metà del secolo scorso, hanno portato avanti la tradizione del potlatch. Questo è una pratica con la quale si distruggono le proprie ricchezze davanti agli altri membri del gruppo sociale per dimostrare la propria importanza: regali smisurati, feste immotivate, ornamenti esagerati. Se mi legge un antropologo avrà un attacco di orticaria perché ho ridotto al minimo un evento sociale molto più complesso, però la cosa più curiosa di questa storia è che dalla fine del XIX secolo, su pressione di missionari ed istituzioni anglosassoni, questa pratica è stata dichiarata illegale.
L’etica rigorosa dei nipoti dei pionieri della frontiera americana non poteva sopportare la vista di fortune dilapidate in una giornata di bagordi solo per il gusto di apparire.

I pronipoti di quei pionieri hanno cambiato idea.

Il network televisivo che sta influenzando più di tutti il nostro futuro (sotto lo sguardo indifferente di coloro che si accapigliano per il controllo di tv e giornali che chi ha meno di vent’anni ignora completamente) è MTV. Lì viene periodicamente trasmessa una serie dal titolo fabulous life dove si mostrano le case, le automobili, le vacanze ed una vasta casistica di mattane degli eroi dello sport, del cinema e della musica venerati da tutti i teen-agers.
Un rapper inquietante che dopo aver descritto nei minimi dettagli le sue ferrari, lamborghini e mustang manda affan ..bip la sua insegnante delle medie che gli aveva detto che non avrebbe mai combinato niente nella vita.
Potlatch!
Il giocatore di basket che mostra il suo letto circolare che sta sul libro dei Guinness per le dimensioni, con le sue iniziali ricamate sulle lenzuola fatte su misura.
Ancora potlatch!
La mia favorita è la ventenne ereditiera russa, non particolarmente avvenente ma che si rende interessante vivendo in un appartamento da 15 milioni di dollari a New York e stipendiando una personal shopper che le procura 1 million dollar di abiti all’anno.
Super potlatch!
Ho anche sentito precisare che non basta essere super ricchi per diventare interessanti per la trasmissione. Infatti il signor Ingvar Feodor Kamprad, che va al lavoro in bicicletta e sprona i suoi dipendenti a riciclare i fogli di carta usati solo da un lato, non può essere considerato uno che si gode la vita nonostante sia recentemente diventato l’uomo più ricco della terra con i circa 50 miliardi di dollari che gli ha fruttato essere fondatore dell’Ikea.

L’immaginario collettivo si è costruito un’opinione del design che è molto simile all’idea di potlatch: oggetti costosi, o comunque più cari del dovuto, che servono a rafforzare l’identità di un individuo: una profusione di denaro che non va a ripagare il valore dell’oggetto acquistato ma a dimostrare la posizione sociale (che il più delle volte coincide con il potere d’acquisto) di un individuo. D’altronde la pubblicità è in grado di produrre guadagni molto più facilmente che non la ricerca industriale e quindi la spinta ad identificare gli oggetti di design con un modo di vivere elitario ed individualista è molto grande fino al punto di perdere il contatto con la realtà della destinazione e del valore dell’oggetto stesso; un esempio evidente viene dal fatto che molto spesso le confezioni degli oggetti costano più dell’oggetto stesso (sia che si tratti di profumi o di cavolfiori).
Anche in questi ultimi anni in cui, per fortuna, la grande distribuzione ha permesso la nascita di un mercato di oggetti di buona qualità a prezzi accessibili e si parla di design democratico, rimane la sensazione più che fondata che gli acquisti siano comunque dettati dall’impulsività più che dai bisogni. Quasi sempre il marketing ha lo scopo di legare l’acquirente ad un marchio invece che ad un prodotto, rendendo molto comodo l’abuso di potere da parte di chi ha pochi scrupoli. D’altronde si parla molto spesso dei danni causati al mercato dalle falsificazioni, ma non si sottolinea che molto spesso i luoghi di produzione ed i materiali sono gli stessi degli originali e quindi l’incremento del prezzo di 10, 50 o 100 volte è (im)motivato solo dal prestigio acquisito dalla firma aziendale (sul tema consultare una lettura che ormai è diventata un classico dell’eversione al consumismo: no logo di Naomi Klein del 2000, in cui si smascheravano le diaboliche strategie commerciali delle maggiori multinazionali)

La mostra ADI DESIGN INDEX. LE ECCELLENZE DEL DESIGN PIEMONTESE che sarà allestita all’Arca di Vercelli dal 4 al 18 giugno sarà un mattoncino per capire come cercare la qualità del design, o meglio, per sottolineare che alcuni oggetti di design non hanno l’originalità a tutti i costi e lo spreco di denaro come unico scopo della loro esistenza.
L’ADI (Associazione Per Il Disegno Industriale), la cui storia, possiamo dire, coincide con quella del design italiano, seleziona periodicamente i prodotti che ritiene rappresentativi della ricerca formale e tecnologica inserendoli nell’ADI DESIGN INDEX e poi, scegliendo fra questi, premia con l’ambito compasso d’oro l’eccellenza assoluta. L’esposizione racconta questa storia che ha contribuito in modo determinante alla conoscenza del design italiano nel mondo.
Questa variegata collezione di oggetti dovrebbe servire anche per comprendere un concetto non sufficientemente diffuso: che tutti gli oggetti di uso comune hanno alle spalle un progettista e un lavoro estremamente complesso, che vede nello studio della forma solo uno dei componenti. Molti pensano che solo gli oggetti preziosi e di lusso o quelli particolarmente originali e strani abbiano l’onore di avere un progettista alle spalle; invece lo spiritello ribelle di Bruno Munari che si poggia sulla nostre coscienze ci ricorda che: “il lusso non è un problema di design” (vedi NN di febbraio 2009) e che è vero proprio il contrario: ogni pinza da vetrinista, ogni sedia a sdraio da spiaggia, ogni sacchetto di plastica per la spesa e ogni lampada da officina meritano un compasso d’oro a ignoti. (Bruno Munari, Da cosa nasce cosa, 1989)
L’ADI è stata istituita proprio per fare in modo che ad ogni oggetto ben progettato venisse collegato il nome e il volto di un bravo designer e che questo diventasse garanzia di intelligenza progettuale.
Si è trattato ovviamente fin dal 1954, anno in cui è stato istituito il premio, di un’operazione commerciale: le aziende che riescono ad assicurarsi i progettisti più abili possono avvalersi di una notorietà supplementare. Ma allo stesso tempo, si tratta anche della divulgazione di una cultura formale che altrimenti, rimarrebbe un’esclusiva degli addetti ai lavori dal momento che il grande pubblico viene informato esclusivamente sugli aspetti vendibili del disegno industriale. L’ADI ci ricorda il valore dell’oggetto in sé; non il surplus offerto dalla vista di natiche sode o tramonti sconfinati o androidi mutanti che ballano la breakdance. E la parte più divertente per un profano può proprio essere quella di indagare perché siano stati selezionati alcuni oggetti piuttosto che altri, avendo ben chiaro in testa che una serie di posate non è stata selezionata solamente perché più bella.
L’estetica a volte può cedere le armi di fronte all’intelligenza e anche un piccolo giocattolo, tutto nero, che non è altro che un pochetto di gommapiuma intorno a del filo di rame può vincere la sua battaglia: non è vero zizì?