Alla Biennale 2016 ci sarà anche la crisi, ma gli spagnoli sono tornati alla grande. Sono quelli che hanno le idee e riescono a realizzarle. Il Giappone è ancora più minimal del solito. I Cinesi inteneriscono. Foster e Zumthor danno lezioni come al solito. E Aravena è quasi riuscito a nascondere i modaioli
Non saprei dire in che momento preciso del recente passato tutti gli Italiani abbiano deciso improvvisamente di preferire le cose vecchie alle cose nuove, però posso facilmente provare che non è sempre stato così. Un centinaio di anni fa i Futuristi andavano in giro urlando di lasciare spazio al nuovo che avanzava e invocavano la guerra perché spazzasse via tutte le vecchie cose e le vecchie idee. Tra gli anni '30 e gli anni '50 si sono succeduti 2 o 3 stili architettonici uno più rivoluzionario dell'altro e nel secondo dopoguerra si è inventato il design industriale che nel resto del mondo stanno ancora cercando adesso di capire bene cos'è. Poi durante il boom economico degli anni '60 non ne parliamo nemmeno: costruire, produrre, fabbricare, inventare erano le sole parole che si sentivano in giro. Poi c'è stato un periodo abbastanza lungo di grande produzione ma di poca inventiva. e poi... il Nulla. Come alla pressione di un interruttore CLIC tutti gli Italiani hanno iniziato a volere i coppi sul tetto a falde. Anzi meglio: hanno scelto di desiderare una casa antica; hanno deciso che il progresso è brutto e disdicevole. Magari va bene usare la tecnologia per qualche grattacielo di uffici in cui lavora qualche poveretto..., ma chi ha la possibilità economica di scegliere evita le case costruite dopo il 1950. Mentre i cattivi dei primi film di 007 dimostravano la loro sconfinata ricchezza con case futuristiche e tecnologie improbabili, dagli anni '80 in poi hanno iniziato ad abitare castelli antichi e ruderi semiabbandonati. Il potere oggi si dimostra ostentando cimeli (vd. Bill Gates che a metà degli anni '90 compra il codice Leicester di Leonardo da Vinci). Uno che conosco dice che in epoche di ottimismo si guarda al futuro con grande aspettativa e di conseguenza tutti desiderano le novità perché non possono che portare vantaggi. Invece in periodo di crisi si preferiscono le cose del passato perché si ha paura di quello che ci riserva il futuro. L'immagine che ho messo all'inizio di questo breve testo ha da qualche giorno invaso tutti i siti che parlano di architettura in Italia e si sta diffondendo anche nel resto del pianeta. Si tratta dell'ampliamento di un albergo di Venezia che affaccia su Canal Grande e su Piazzale Roma. Da un certo punto di vista è molto positivo che se ne parli con toni così squillanti e qualunquistici perché si crea un'occasione per discutere del rapporto fra vecchio e nuovo in architettura, ed in senso più allargato, nelle cose della vita.
Io sono favorevole ad un progetto di rinnovamento delle forme, delle tecniche e del pensiero. Solo attraverso il lavoro che riflette su cose che non ci sono ancora possiamo arrivare ad un miglioramento negli individui e nell'ambiente in cui viviamo. Quando tutta una nazione si preoccupa solamente di conservare quello che c'è da quello che potrebbe venire mi impensierisco. Non conosco nei dettagli il progetto dell'albergo veneziano ma mi immagino che sarà stato un lungo calvario di pareri, modifiche, varianti, fallimenti e ripartenze. Lo so perché TUTTI i progetti di architettura in Italia devono passare da questa triste e mortificante trafila che difficilmente permette ad un'idea progettuale di essere ancora visibile al completamento dell'edificio. Alcuni di coloro che si sono occupati di questo nuovo edifico nei giorni scorsi, lo hanno fatto per evidenziare alcune possibili irregolarità che ci sono state nelle fasi di approvazione, ma comunque non si sono tirati indietro nel sottolineare il loro sdegno davanti all'estetica del prodotto finito. In questi giorni si sta anche molto parlando di grandi novità che saranno introdotte dal governo per le mansioni dei Soprintendenti, e, guardacaso, è proprio una soprintendente al centro delle polemiche sull'albergo veneziano. L'opinione che mi sono costruito negli anni di esperienza lavorativa - e anche di ricerca sulla specifica materia del controllo normativo nei secoli passati - è che l'unico modo sicuro per avere delle belle città, delle belle case ed un bel paesaggio è quello di formare dei bravi progettisti. Non c'è norma, vincolo o soprintendente che abbia il potere di fare bello un progetto brutto. In Italia ci sono molti bravi architetti. Però sono invisibili in una sconfinata massa di professionisti mediocri che il più delle volte hanno qualità per emergere più efficaci della competenza. Io non so se la soprintendente veneziana ha seguito delle procedure poco limpide, ma di certo ha fatto quello che il suo lavoro le richiede: si è presa la responsabilità di una scelta estetica. La stessa cosa hanno fatto i progettisti e con loro il proprietario dell'albergo. Probabilmente quel piccolo edificio non cambierà l'immagine di Venezia né nel bene né nel male, ma sicuramente diventerà un raro esempio di edificio costruito in un'epoca in cui gli Italiani vorrebbero solo stare fermi a guardare quello che altri hanno fatto prima di loro.
Alcuni anni fa ho assistito ad una conferenza dell'architetto svizzero Jacques Herzog, che insieme al suo socio Pierre de Meuron conduce uno studio che si trova senza dubbio nella top 10 fra i più venerati e pubblicati al mondo.
Davanti ad una domanda molto nervosa di uno studente italiano sullo scarso impegno sociale che il suo studio sembrava dimostrare, Herzog, un po' sorpreso, rispose all'incirca: “Noi facciamo politica facendo il nostro mestiere. Ogni nostro progetto è un gesto fortemente politico che intende migliorare il mondo!”.
La nuvola di insensatezze che ci gira intorno e che, quasi senza che noi ce ne accorgiamo, diventa fondativa di comportamenti sociali autoreferenziali, inutili o anche dannosi, può far dimenticare che sarebbe sufficiente che ognuno di noi, secondo le proprie competenze, facesse il suo mestiere in modo corretto, ricordando che ogni gesto ha una ricaduta immediata ma anche una a lungo termine, per poter realisticamente immaginare una società paradisiaca, alla mulino bianco...
Partendo sicuramente da questa idea, una minuta signora giapponese dal fascino strabordante, ha deciso di intitolare la 12° Biennale di architettura che si chiuderà il 21 novembre a Venezia: people meet in architecture (la gente si incontra nell'architettura).
Kazuyo Sejima pochi giorni dopo essere stata incaricata della direzione dell'edizione 2010 della mostra veneziana, ha anche vinto, insieme al suo collega nello studio SANAA, Ryue Nishizawa, il premio Pritzker, che è il maggior riconoscimento al quale un architetto possa ambire, ma del quale non aveva più di tanto bisogno per essere inclusa nella top 10 di cui si parlava prima.
Passeggiando per gli affascinanti edifici dell'Arsenale e dei Giardini non sembra però che la maggioranza degli architetti invitati abbiano raccolto l'intento civile e poetico implicito nel titolo. Molti progetti e installazioni presenti, pur se interessanti e a volte sorprendenti, finiscono col perdere il filo del discorso.
Fra gli esempi che invece dimostrano le possibilità dell'architettura come strumento di accumulazione culturale si riconoscono due progetti:
- il primo è (ovviamente?) proprio dello studio SANAA ed è il Rolex Learning Center del Politecnico di Losanna.
Questo maestoso edificio che appare come una morbida coperta bianca che protegge studenti, congressisti e visitatori che vi sono ospitati, è presentato in tutta la sua spettacolarità, immediatamente dopo l'ingresso della mostra, con un travolgente video tridimensionale che ne illustra la complessità degli spazi e la capacità di attrarre dentro di sé e fare incontrare funzioni che normalmente resterebbero separate.
- per vedere il secondo edificio invece bisogna camminare molto: si trova nell'angolo più lontano del padiglione italiano che, a sua volta, è il più lontano nel complesso dell'Arsenale. Una ventina di minuti a piedi fra bacini d'acqua e darsene dismesse per poi attraversare la grande sala che raccoglie i progetti italiani selezionati da Luca Molinari e scoprire, in un angolo, le immagini di un piccolo edificio bianco (64 metri quadrati in tutto) progettato da TAMassociati di Venezia per Emergency.
E' il padiglione di meditazione e preghiera costruito per i parenti dei malati dell'ospedale cardiochirurgico Salam di Khartoum. L'edificio, formato da due sale cubiche, appare sospeso su una vasca d'acqua che arriva dal Nilo, che scorre a poche centinaia di metri. I progettisti lo descrivono così:
Il Sudan è un paese che nel corso degli ultimi vent’anni è stato flagellato da numerose guerre inter-etniche ma soprattutto inter-religiose. Quando ci siamo trovati a dover pensare ad un luogo che ospitasse la preghiera, com’è consuetudine avvenga in qualunque luogo di cura, ci siamo dovuti confrontare con questo difficile dilemma: pensare uno spazio che potesse ospitare la complessità spirituale che alberga in questo paese. La scelta è stata quella di non privilegiare alcuna forma di culto ma di creare uno spazio capace di ospitare la preghiera e meditazione di tutte le fedi. Abbiamo dovuto, ovviamente, confrontarci con la religione mussulmana che è la fede professata dalla maggioranza dei Sudanesi e con le regole imposte da questo culto (le abluzioni, la separazione uomini donne) ma abbiamo calato queste regole in un contesto neutro che non le rendesse dominanti. La cosa è stata possibile occultando tutti i simboli e gli elementi religiosi che potessero essere ricondotti ad un’unica religione.
Uff...
Così tante possibilità di incontrarsi e così poche architetture in cui farlo!